Quando mia madre rimase incinta di me voleva abortire perchè mio padre non voleva assolutamente una famiglia numerosa, per paura della povertà, della confusione, del lavoro in più da fare. I miei erano contadini e lavoravano la terra da sole a sole, cioè da quando sorgeva il sole fino a quando tramontava.
"Aspetto un bambino, ma come vuoi tu non l'avrò. Ho già comprato le erbe che servono allo scopo. Me le ha date la mammana del paese", gli disse mia madre a mio padre quando gliene venne l'occasione.
Mio padre ci pensò su, e come al suo solito cambiò idea all'improvviso.
"No, se il bambino s'è attaccato, lo devi lasciar stare. Abortire fa più male che figliare. Ti sfasceresti la natura se tu lo facessi", le disse con il suo fare solito perentorio e deciso.
Mio padre sapeva sempre tutto, e sempre molto meglio degli altri, soprattutto di mia madre.
Mia madre, come al suo solito non obbiettò nulla. Semplicemente prese le erbe misteriose e strane che le aveva dato la mammana e le buttò.
Così fu deciso che io dovessi venire al mondo e così fu.
Nacqui in una notte nevosa che ancora adesso se la ricordano tutti al paese. Là in Puglia caddero 2 metri di neve quella notte, cosa che nessuno aveva mai visto fin dai tempi dei tempi. Si spalava la neve di continuo perchè tutti i tetti delle case rischiavano di cadere.
La mammana venuta a casa per aiutare mia madre a farmi venire al mondo cadde scivolando sul ghiaccio proprio sulla soglia di casa e se mio padre, uscito sull'uscio per accoglierla e per farle forse fretta, non l'avesse acchiappata al volo si sarebbe sicuramente rotta una gamba.
Dopo non poche tribolazioni mia madre mi mise la mondo, pesavo più di 5 chili, e uscendo le feci molto male, in pratica la lacerai di brutto. "Mi mise non pochi punti il dottor Melosci", diceva sempre mia madre, "Per far uscire cuss magnate". Cioè: questo caprone.
Subito però per me cominciarono i guai. Ero il secondo maschio della famiglia e secondo la tradizione contadina dovevo portare il nome del padre di mia madre, Giuseppe. Un gran lavoratore che per guadagnarsi la pagnotta aveva attraversato l'Atlantico per ben 7 volte per andarsene a New York, in America, a fare il tonachista ai grattacieli. Ma con lui mio padre aveva litigato a morte, prima per suo padre Salvatore, accusato ingiustamente di aver violentato sua figlia, l'aveva violentata un latifondista in campagna quando lei era a giornata a lavorare invece, e così mio nonno temeva che il suocero sfottesse un giorno sua nuora pure, cioè la sua cara prima figlia, e poi proprio nel periodo che stavo venendo al mondo io, per ragioni di eredità.
Così mio padre era indeciso, non voleva chiamarmi Giuseppe, ma Francesco, in onore di suo fratello più grande.
Mia madre però gli aveva detto, prima di andarsene al Comune, in uno dei suoi rarissimi scatti di orgoglio e di rabbia: "Se non chiami Giuseppe questo mio bambino non tornartene nemmeno a casa".
Mio padre sapeva che mia madre era buona, ma che quando se la voltava non c'erano santi di sagrestia nè di navata che potevano resisterle, così a malincuore le ubbidì.
"Feci la cosa giusta, feci quel che dovevo fare", diceva sempre dopo.
Salendo le anguste scale del Comune, un vecchio e austero Castello Normanno dell'anno 1000, riattato per 2/3 a palazzo signorile da un balordo nobiluomo genovese nel '700, era ancora del tutto indeciso sul da farsi, si decise proprio all'ultimo, davanti all'impiegato dell'anagrafe:
"E allora come si chiamerà questa criatura?"
"......... Giuseppe", disse a fatica mio padre.
Sì, ubbidì a mia madre, ma poi gliela fece pagare di brutto. E in sottordine maledettamente di brutto pure a me, che ancora me ne stavo nelle fasse innocente e ignaro di tutto questo casino nelle braccia di mia madre.
G. D'AMBROSIO ANGELILLO
domenica 16 ottobre 2011
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